Ricordando Saigon

Ore 5.25.

Sorge il sole sulla costa del Vietnam, mentre in mototaxi sfreccio verso l’aeroporto di Danang.

 

Cosa cercare nell’odierna Ho Chi Minh City?

Per quanto mi riguarda, solo ricordi.

Memorie dell’epoca coloniale nascoste tra palazzi, chiese, larghi viali alberati; ricordi di un passato vicino che brucia in brandelli di guerra, in mezzo al traffico, ai capannelli di gente, tra le file di motorini impazziti.

E il silenzio: colpevole, empatico, rassegnato, immobile, negli occhi dei visitatori del Museo della Guerra. Torture, diossina, napalm, agenti chimici, malformazioni. Passano, le parole di dichiarazioni di principi e Carte di diritti obliati. Passano, scorrono via lontano, cadute vuote nei secoli, riflesse negli orrori di guerre odierne, così simili a foto di quarant’anni fa.

Le ferite restano, in un gioco di sguardi senza parole.

Impareremo, un giorno.

 

Intanto, ci lasciamo rassicurare dall’altra faccia di questa terra, dal verde incontaminato dei campi sul delta del Mekong, da un cielo azzurro di luce. Nuvole bianche tra mercati galleggianti, giardini tropicali e giacinti d’acqua. Risaie, barche, banani e bambini, ponti di legno sospesi: in motorino tra campi di loto, galli da combattimento e pastori di papere.

Si chiudono, gli occhi, sulla cima di una montagna, accoccolati in un’amaca, di fronte al tramonto. E una campana suona, lontana.